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La storia di Anita Cant

MORIRE A TRENTA DUE ANNI?
"DEO GRATIAS!"

PROFILO BIOGRAFICO DELLA VEN. ANITA CANTIERA
Morire a 32 anni e' dura per tutti. Anche per i santi. Tanto piu' se prima si e' inchiodati a letto per 8 anni di fila con dolori fisici, privazioni di liberta', rinunce a evasioni e svaghi, continue sottili umiliazioni per una dipendenza continua assoluta dagli altri.
Ma lei, Anita, sul punto di "finalmente" morire, non pensa affatto a recriminare e lamentarsi. Non ha mai immaginato, lungo quegli anni, che la sofferenza pura e aspra sia una sciagura. L'ha sempre ritenuta una grazia immeritata, sebbene difficile. Per questo domanda, la sera prima di sperare: "Cantatemi il "Magnificat" per la commozione e l'angoscia le sorelle Rita e Irma non riescono ad accontentarla in quel caldo 23 agosto 1942. Ma pregano ugualmente. E attendono quello che Anita ha predetto con grande precisione: l'appuntamento con sorella morte per le 10 del del 24 agosto: Difatti quel mattino si fa sollevare sui guanciali, si pone "ben diritta", come chi riceve un sacramento o la Persona a lungo attesa, e sorridendo muore.

COSI' BELLA COSI'BUONA
Nata il 30 marzo 1910 presso Lucca, nel borgo dell'Arancio (dove il patrono S: Bartolomeo si festeggia giusto il 24 agosto), e' l'undicesima e (penultima) creatura donata a Davino Cantieri e Annunziata Fanucchi, Contadini ne' ricchi ne' poveri ma splendidamente onesti e credenti. Il babbo e' del 1862 e morira' in un anno critico per i Cantieri, nel 1934; la madre del 1868 e vivra' fino al 1956, quando la causa di beatificazione di Anita sara' gia' formalmente avviata.
Questa mamma molto semplice confessa, con intonazione tutta toscana: "Non so proprio come avesse fatto quella figliola a venirmi cosi' bella e cosi' buona".
Al battesimo del 3 aprile in S. Frediano - basilica primitiva (VI secolo) di Lucca - la piccola Anita riceve come primi nomi quelli di Maria e Bruna. Pero', forse perche' il padre e' stato migrante in Argentina verso la fine del secolo e s'e' assuefatto a suoni spagnoli, viene chiamata abitualmente con ul terzo nome, Anita, senza allusioni o simpatie garibaldine, piuttosto facili a quei tempi.
Comunione e Cresima le sono date prestissimo, cioe' rispettivamente a maggio e ottobre del 1915. E' gia' scattata la mentalita' del Papa Pio X. Non si inventa nessuna eccezione per quel frugolino di 5 anni. Come tante, Anita e' vivace, serena, capricciosa raramente, vanitosetta un poco, attenta ai catechismi piu' o meno come le due coetanee, pia alla maniera elle bimbette di quel tempo e di quelle solide famiglie cristiane. Piu' avanti, studiosa ma non secchiona, benche' certamente dotata di intelligenza medio-alta.
Crescendo un pochino, pero', entra gia' nel numero delle ragazzine che, senza darlo subito a vedere, insinuano in un osservatore neppure troppo acuto l'impressione che portino dentro qualcosa di speciale. Ha un carattere gia' naturalmente felice: in una fusione in cui non si saprebbe direse prevalga la fermezza o la duttilita'. Sui fratelli, infatti, e anche sui genitori comincia molto presto - lei praticamente la piu' piccola - a esercitare un'autorevolezza tutta particolare. Il fratello Osvaldo, per esempio, piu' tardi testimoniera' che era "costretto ad arrendersi" davanti ai suoi modi buoni e pazienti che lo "mettevano in crisi". Conferma il fratello maggiore Guglielmo: "era la nostra consigliera, perche' ricorrendo al suo consiglio avevamo risposte sagge e, direi, superiori all'eta'". E la mamma: " E' vero che in famiglia si era acquistata un tale ascendente che bastava la sua presenza o una sua parola per frenare tante volte litigi che potevano nascere tra fratelli". Questo ovviamente non avviene di colpo, ma si sviluppa gradualmente negli anni.
Intanto Anita ha la grazia - che depone a favore dei suoi oculati genitori, che fanno il possibile per crescere bene i figli - di ricevere al completo la istruzione di base dei cinque anni di scuola elementare. Poi nel 1922, dopo un rapido assaggio d'una scuola tecnica dove non si ritrovava, inizia corsi di "scuola di lavoro" presso l'Istituto delle Dorotee. Ed e' con quelle care Suore che, appoggiata da una famiglia molto sana, assimila presto i valori cristiani piu' alti. Tanto da piccina come da adolescente e poi da signorinella riesce, secondo le molteplici assicurazioni di maestre e condiscepole, un'alunna "ubbidiente e umile", "diligente e devota". A tutta prima ci sembra quasi che ricalchi un fastidioso copione troppo noto; ma poi, riflettendo che si tratta di disposizioni giurate e coscienziose, si sente che dev'essere stata cosi'.
Presso le Dorotee impara per sette anni cose utili e istruttive di vario genere: dal latino al ricamo, dal francese alla musica con esercizi di pianoforte, dalla pittura alla matematica. E proprio all'inizio di questo lungo tirocinio ( che le lascia la possibilita' di lavorare anche in famiglia) nel 1922 Anita compie uno scatto in avanti, un passaggio che lei piu' tardi nel Diario definira' "grazia della conversione". Si trova in un giro di propaganda per le missioni e, correndo giu' per una ripida discesa (a Segromigno in Monte), rischia grosso con la bicicletta cui sono saltati i freni. Nella pazza velocita' trova il tempo e l'amore per dire a Gesu' che, se si salvera', si donera' per sempre a lui, consacrandosi nella vita religiosa.
Sui 14 anni anni quest'idea le e' piu' chiara: non piu' frutto di paura, ma di un'esistenza piu' concentrata, piu' laboriosa e piu' eucaristica: "Fui presa immediatamente e all'Eucarestia. Due amori che furono necessari fin dal principio della mia vita spirituale": cosi' dira' nel Diario (che non scrivera' per civetteria ma per obbedienza verso il suo confessore). Ai suoi tempi vige un digiuno eucaristico molto severo. Ma "per l'Eucarestia non conoscevo sacrifici. Mi sembrava talmente superabile ogni difficolta' che la fame stessa e il languore di stomaco a un futurconseguente a questa giudicavo cosi' lievi da non darle per circa due anni, e forse piu', nessuna considerazione. Agivo cosi' inconsideratamente da non accorgermi che,mentre cercavo il bene, mi aggravavo la coscienza per il modo con cui lo cercavo".
La prosa di Anita non e' fluida e attraente come la sua parlata; ma ha un contenuto di grande equilibrio e valore. Agisce"inconsideratamente" perche' e' una vera innamorata. Rischia di danneggiarsi la salute non mangiando la colazione (che all'inizio butta via e poi invece dona ai poveri), pure di fare la S. Comunione, perche' l'Eucarestia e' il gesto piu' importante della sua giornata di quattordicenne. E' gia' ragazzina attraente e potrebbe mettersi in mostra, reclamare piu' liberta', pensare a se' e a un futuro cui generalmente tutte pensano. Invece ha gia' Cristo come suo ideale; e i missionari, i poveri, i malati come persone reali per cui si attarda la sera a sfaccendare.

MAMMA, SAI, IO MI FO SUORA!
Lavora la terra con i suoi familiari da vera contadina. Verso i 14 anni "un giorno che eravamo nel campo insieme al lavoro, di punto in bianco mi disse: " Mamma, che quando sarebbe stato e le risposi male, ma essa con calma, mi disse "Mamma, sai, o che tu vogliano che tu non voglia, mi faro' sora!"
I genitori non sono contrari; pensano solo che sia troppo presto per Anita dirlo e soprattutto farlo. Ma non scartano l'ipotesi: "Le dicevano - assicura la sorella irma - che quando sarebbe stato il suo tempol'avrebbero lasciata andare". Anita comunque ha un guizzo di indipendenza su quanto le preme di piu', e i suoi genitori una sana prudenza.
Il fratello Guglielmo puo' aggiungere che in casa non tirava certo aria di spedire qualcuno in convento ad ogni costo, magari per risolvere gli stenti d'una famiglia numerosa.
"posso assicurare che questo desiderio di farsi suora era spontaneo e che nessuno della famiglia glielo aveva inculcato".
Anita si confida con la sua insegnante,suor Felicita delle Dorotee, nel cui Istituto immagina di entrare. Molte Dorotee di Lucca pregano Dio che Anita si orienti verso la loro Congregazione: Ma un no: e' la Superiora, che, male interpretando la grande amicizia spirituale fra Anita e suor Felicita, dice: "Quella con le trecce qui non entra". La fiorente e ammirata Anita, che non usa trucchi e veste senza alcuna ricercatezza, "in modo del tutto normale", per qualche ragione riesce antipatica alla Madre Palagi. Ma e' piu' questione di dissensi tra Dorotee - suor Felicita non vedrebbe bene, come educatrice di Anita, la maestra delle novizie - che altro.
Anita, arrivata ormai a 19 anni, molto legata all'Istituto che l'ha educata, deve verificare la situazione. Conosce certamente le questioni importanti o meschine, del mondo delle Dorotee. Ma e' piu' interessata a valutare, con l'aiuto di Mons. Angelo Pasquinelli suo padre spirituale, se le convenga un Istituto dove forse si privilegi meglio la vita contemplativa pur abbinata alla attiva. Siamo negli anni Venti in cui il fascino di S. Teresa di Lisieux, da Pio XI beatificata nel 1923 e canonizzata nel 1925, sta esercitando un flusso fortissimo - con inevitabili scorie di sentimentalismi - in tante persone devote. E' dopotutto, lo strano e antico fascino del Carmelo.
Ed ecco spuntare per Anita la Congregazione delle Suore Terziarie Carmelitane di Campi Bisenzio (Firenze): Congregazione fresca di fondazione (1874) per opera della Beata Teresa Maria della Croce (Bettina Manetti), donna in tutta la sua vita (1846 - 1910) avida di azione e di contemplazione, grande spirito che a profondi sorsi beve alle acque di Teresa d'Avila di Giovanni della Croce.
Il 24 maggio 1930, a venti anni rotondi, Anita - assieme ad Anna, amica d'infanzia, che prendera' il nome (manco a dirlo) di Teresa del Bambino Gesu' - entra nella casa di queste suore di Firenze e inizia un tempo di prova (probandato). Genitori e familiari sono armai d'accordo e lei, lietissima di imboccare la strada desiderata, esclama: "Sono finalmente arrivata!". Le suore ringraziano Dio per l'imprevisto "dono" di una simile ragazza d'oro, semplice, ilare, entusiasta, generosa, gia' relativamente molto matura nella vita interiore, almeno guardando certi sintomi significativi. Anita afferma sicura e semplice : "sono entrata per farmi santa come S. teresina". Ah, si? Eccola servita: ) cominci a staccarsi dall'amica Anna. Lei lo fa subito, serenamente, serenamente, contenta pero' anche di intrattenersi rare volte con l'amica quando ne ha il permesso. Pronta a lasciare tutto, sa anche usare tutto. Se sbaglia in qualcosa la rimproverano piuttosto seccamente? C'e' alcunche' di maldestro in quel metodo di umiliazioni artificiose che allora (e ancora per decenni) sembra la via piu' breve per cercare persone umili, mentre ha molta probabilita' di sfornarne di umiliate, poco spontanee e quasi insincere.Ma con Anita questo pericolo non si pone, se e' vero che l'umilta' - come risulta da concreti episodi - e' il suo ideale piu' caro, dato che umilta' e' verita', ma soprattutto amore a Dio che Anita sente gia' molto.

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